23 febbraio 2012

Bolzano > Museion, museo d’arte moderna e contemporanea > Carl Andre

a cura di Roland Mönig e Letizia Ragaglia

“I miei lavori non spiegano il mondo, lo cambiano”
Carl Andre

Padre fondatore della Minimal Art, leggenda vivente, con le sue opere radicali Carl Andre ha rivoluzionato il concetto di scultura e influito fortemente sullo sviluppo dell’arte del XX secolo. A pochi mesi dal conferimento del prestigioso premio della Roswitha Haftmann Stiftung, il Museion di Bolzano dedica a questo importante artista americano la prima celebrazione museale in assoluto per l’Italia.

Più di venti sculture, opere di medie e piccole dimensioni dalla fine degli anni Cinquanta ad oggi provenienti da collezioni pubbliche e private verranno presentate al piano terra e al quarto piano di Museion. Tra le famose installazioni di grande formato anche Wirbelsäule (colonna vertebrale) opera realizzata nel 1984 a Basilea, raramente esposta, che verrà presentata nello spazio pubblico davanti al museo. Particolare attenzione verrà dedicata ai Poems, opere testuali poco conosciute, ma di importanza fondamentale per il pensiero e l’arte di Carl Andre. In mostra anche una selezione di libri d’artista, tra cui quello dedicato alla città natale di Andre, “Quincy”, 1973.

“Usare i materiali come tagli inferti allo spazio piuttosto che tagliare nello spazio i materiali” – la frase dell’artista riassume la svolta compiuta nel 1959, quando Andre smette di scolpire e rivoluziona così il concetto di scultura stessa. L’artista respinge l’idea di dover sgrossare e modellare, unire le singole componenti di un’opera incollando o saldando; le sue sculture sono forme semplici, ottenute dall’accostamento di unità geometriche elementari.

I materiali vengono utilizzati senza manipolazioni, hanno le dimensioni e qualità previste dall’industria o artigianato – acciaio, rame o alluminio, pietra arenaria calcarea, gasbeton o grafite. Un’immanente materialità caratterizza le sue opere, che non hanno alcun intento narrativo o allusivo, ma dichiarano semplicemente se stesse come oggetti, per un’arte come fatto fisico, che non pretende di essere altro. Il primo passo in tale direzione è rappresentato dal gruppo di opere “Pyramids” le cui componenti costruttive sono della stessa forma e grandezza: non la saldatura, ma la semplice giuntura a incastro delle travi garantisce la stabilità del tutto. La concezione di questi lavori è descritta efficacemente alla luce dell’opera Convex Pyramid del 2000 in mostra a Museion, ripetizione di una scultura eseguita per la prima volta nel 1959. Si tratta di un’opera verticale, quasi ad altezza d’uomo, costituita da elementi di legno squadrati, sovrapposti a croce gli uni sopra gli altri.

“Dalla scultura come forma alla scultura come struttura per approdare alla scultura come luogo”: è entrata ormai nei manuali di storia dell’arte la descrizione che l’artista ha fornito sull’evoluzione del proprio lavoro. Le sculture di Carl Andre non sono un oggetto da contemplare, ma un luogo in cui stare, muoversi e fare esperienza, in una relazione di contatto fisico. È un’arte che non colpisce e può passare inosservata, pur intrattendendo una relazione fondamentale con l’ambiente in cui si trova. Al pianoterra di Museion il visitatore si trova inevitabilmente a camminare sulle 225 lastre in acciaio di 15×15 Napoli Square, 2010 e a girare intorno alle tre piramidi in legno di noce africana Glärnisch, Urn e Star, 2001. Al quarto piano percorre i 23 metri di lunghezza delle 46 unità di Roaring Forties, Madrid, 1988 o si muove tra le curve di 7 Part Sort, London, 1972.
In quanto luogo, i lavori a pavimento mettono irrimediabilmente in crisi il concetto di un unico punto di vista proprio della modernitá: la loro fruizione muta la percezione dello spazio in cui si trovano ed in cui si trova l’osservatore.

“Una mostra di Carl Andre nel 2011 vuole essere innanzi tutto un tentativo per rispondere con la sua opera alla sua stessa domanda: ‘che cosa è successo all’oggetto d’arte?’, ma anche una proposta per indicare il suo percorso artistico come una possibile e significativa via nell’era della comunicazione virtuale e di massa, come affermazione di un’arte che vuole cambiare il mondo, propugnando una relazione reale con esso”- così Letizia Ragaglia, direttrice di Museion.
Negli ultimi due anni Museion ha dedicato alla scultura e alle sue diverse declinazioni contemporanee diversi momenti espositivi – si pensi alle personali di artisti come Monica Bonvicini, Gabriel Kuri e Isa Genzken. Con l’esposizione di Carl Andre questo aspetto del programma acquisisce una dimensione storica.

Carl Andre (Quincy, Massachusetts, 1935) vive e lavora a New York. Dal 1951 al 1953 studia alla Phillips Academy di Andover, Massachusetts; dal 1958 al 1960 condivide lo studio con Frank Stella – artista che, come Constantin Brâncuşi, influenzerà la sua opera. Nel 1965 prima esposizione pubblica presso la Galleria Tibor de Nagy a New York nella mostra “Shape and Structure”; nel ’69 partecipa a ‘Live in your head: when attitude becomes form’, leggendaria collettiva curata da Harald Szeemann alla Kunsthalle di Berna; nel 1970 la personale “Primary Structures” presso il Solomon R. Guggenheim Museum di New York. Numerose personali e collettive nei maggiori musei e gallerie in Europa e in America. Nel maggio 2011 Carl Andre è stato insignito del prestigioso premio della Roswitha Haftmann Stiftung di Zurigo per la sua “prestazione artistica innovativa”.

La mostra è una collaborazione tra il Museum Kurhaus Kleve e Museion, Bolzano.

Catalogo multilingue (italiano, tedesco e inglese) con testi di Roland Mönig, Letizia Ragaglia e Guido de Werd. Editore: Verlag der Buchhandlung Walther König, Köln / Cologne / Colonia, 2011
152 pp., ill. ISBN 978-3-934935-53-2

Ufficio stampa Museion
caterina.longo@museion.it
Caterina Longo t. +39 0471 223428

Inaugurazione: venerdì 16 settembre, ore 19

Museion, museo d’arte moderna e contemporanea, Bolzano
Via Dante 6 – 39100, Bolzano.
Orari: martedì – domenica ore 10-18, giovedì ore 10-22
intero 6, ridotto 3,50 (studenti, over 60; museumscard, tourist card, FAI). Ingresso libero giovedi 17-22

Trento > Rovereto > Mart > Gino Severini 1883-1966 > Gabriella Belli > Daniela Fonti

COMUNICATO STAMPA

Gino Severini 1883-1966
a cura di Gabriella Belli e Daniela Fonti

Il Mart, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, e il Musée d’Orsay di Parigi, presentano una grande mostra dedicata alla figura e all’opera del pittore Gino Severini (Cortona, 1883 – Parigi, 1966).
Il progetto espositivo, a cura di Gabriella Belli e Daniela Fonti, che ha avuto una significativa anticipazione tra aprile e luglio 2011 al Musée de l’Orangerie di Parigi con la rassegna intitolata “Gino Severini (1883 – 1966), futuriste et néoclassique”, approda ora al Mart di Rovereto, dal 17 settembre 2011 all’8 gennaio 2012, con la mostra Gino Severini 1883-1966.

Rispetto all’evento parigino, la mostra di Rovereto amplia notevolmente l’arco cronologico dell’itinerario artistico di Severini. In particolare, si potranno ammirare una serie di opere degli anni Quaranta e Cinquanta, che permettono di approfondire, per la prima volta dopo oltre vent’anni dall’ultima mostra monografica, il complesso intreccio rappresentato dalle diverse tappe della storia artistica di Severini. Una storia intensa e complessa che non si limita alla pittura, ma che è accompagnata da una riflessione teorica, altrettanto importante, come si può cogliere dalla ricca bibliografia a sua firma: “Tutta la vita di un pittore” (1946), “Témoignages. 50 ans de réflexion” (1963) e “Tempo de L’effort Moderne, La vita di un pittore”, libro scritto tra il 1943 e il 1965, ma pubblicato postumo nel 1968.

Inoltre, al Mart a Rovereto saranno visibili anche due importanti tele del 1915 non esposte a Parigi: “Lanciers italiens au galop (Lanciers à cheval)”, proveniente dalla Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli di Torino e “Train de la croix rouge traversant un village”, proveniente dal Guggenheim Museum di New York.

La mostra Gino Severini 1883-1966 propone quindi uno sguardo completo e approfondito sull’opera del grande artista italiano che dalla natìa Cortona, dopo una parentesi romana, decise di trasferirsi a Parigi per vivere da protagonista un’esistenza dedicata alla pittura.
In questo modo, il suo lavoro – dalle straordinarie opere pittoriche alle impegnative riflessioni teoriche – può essere collocato con maggiore consapevolezza al centro delle vicende storiche della cultura artistica europea: dal “prologo divisionista” nella Roma nei primi anni del novecento, fino alla lunga stagione parigina, durante la quale Severini prima affronta un’originalissima interpretazione del Futurismo, poi definisce coraggiosamente il passaggio “Du cubisme au classicisme”, così come recita il titolo del volume da lui pubblicato nel 1921 e infine, si fa protagonista nel secondo dopoguerra, di un percorso à rebours denso di suggestioni, ma anche di affascinanti proposte che anticipano i tempi.

LA MOSTRA

Il divisionismo
Nato a Cortona nel 1883, Severini entra giovanissimo nello studio di Giacomo Balla a Roma, con l’amico Umberto Boccioni. L’esordio in pubblico si compie nelle sale della società “Amatori e Cultori”, dove espone la grande opera intitolata “Al solco” (1903-04). Nel 1906 Severini si trasferisce a Parigi, e soggiorna periodicamente anche nel piccolo centro di Civray, nella campagna francese, luogo immortalato in un “paesaggio” dipinto nel 1908.
Gli studi romani sul divisionismo lo avvicinano al pointillisme di Seurat, e questa fase è testimoniata da un piccolo capolavoro, “Pritemps à Montmartre” (1909), nel quale l’artista rappresenta la bellezza dello spettacolo della città.
Il 1909 è, per Severini, l’anno del passaggio dal divisionismo al futurismo: pur continuando a risiedere a Parigi, la sua adesione al movimento di Marinetti è immediata ed entusiasta, e la sua firma si trova su entrambi i manifesti del 1910.

Il futurismo
Il quadro “Souvenirs de Voyage”, del 1911, esposto nel 1912 alla Galerie Bernheim Jeune, primo grande palcoscenico internazionale per il futurismo, riassume visivamente il nuovo corso dell’opera di Severini. In linea con le teorizzazioni del Manifesto tecnico della pittura futurista, il pittore si prefigge l’obiettivo di rendere una visione simultanea dei propri ricordi, e soprattutto di “portare lo spettatore al centro del quadro”. Sono elementi di grande novità, che fanno di Severini uno degli interpreti più profondi della maggiore avanguardia italiana del novecento.
Tuttavia, c’è un elemento di novità e di originalità nella posizione di Severini all’interno della compagine dei futuristi. Alla violenza esplosiva di derivazione soreliana e nietzschiana di Marinetti, Severini risponde con una più attenta riflessione, strettamente pittorica, che lo porta a sperimentare tutti i linguaggi del futurismo e una sorta di gioia di vivere che lo preserva dalle molte tragedie di quegli anni. Per Severini, il brulicare della vita moderna è soprattutto quello dei café chantant e delle ballerine. Questa predilezione si rispecchia in una accentuata scomposizione della figura, come evidenzia ad esempio il quadro “Danseuse parmi les tables” (1912.)

La scomposizione dei piani che Severini affronta nei suoi dipinti lo avvicina alle ricerche cubiste di quegli anni. Da questo punto di vista, l’artista ha un ruolo fondamentale e complesso nei confronti del gruppo dei futuristi: è, infatti, il primo a metterli in contatto con il cubismo, causando un’impressione enorme tra i compagni. Marinetti, Carrà, Boccioni e Russolo, fin dall’esordio alla Bernheim Jeune, adattano il proprio stile al clima di rinnovamento della Parigi di quegli anni.
Tra il 1913 e il 1914, nelle tele di Severini appaiono vedute urbane e treni in corsa; la sua pittura diventa più astratta e concentrata sui fenomeni luministici. Le “Expansion de la lumière”, di cui in mostra si vedranno due splendide opere, rivelano una dissoluzione quasi completa del soggetto. Nel Manifesto delle analogie plastiche, pubblicato nel 1913, questa ricerca è giustificata dal punto di vista teorico come il tentativo di tradurre sulla tela la compresenza di dati visivi percepiti e ricordati. Ne sono testimonianza opere come “Mare=Ballerina” (1913) o “Danzatrice + Mare + Vela = Mazzo di fiori (Danseurs)”, del 1914.
Il cubismo
Con lo scoppio della prima guerra mondiale, anche l’opera di Severini, come quella di tutti i protagonisti delle avanguardie, registra una svolta. Opere come “Treno blindato in azione” (1915), un prestito eccezionale del MoMA di New York, o la già ricordata “Lanciers italiens au galop”, mostrano una ricomposizione dell’immagine, preludio del ritorno alla figurazione.

Naturalmente non si tratta di un passo indietro: Severini, esentato dal servizio militare, nel 1916 è a Parigi, a contatto diretto con gli sviluppi del cubismo e dell’orfismo, e nella sua pittura riappare, grazie all’uso del collage, una sorta di ricostruzione figurativa in chiave cubista che assimila il suo lavoro a quello di Picasso, Braque e Gris. Ma il cubismo di Severini, con i suoi colori accesi, si colloca su un piano interpretativo decisamente originale rispetto a quello dei maestri europei.
“Femme a la plante verte”, del 1917, testimonia in modo esemplare questo singolare stagione. Si tratta di un quadro appartenuto a Henri Matisse, e per lungo tempo dato per disperso.

La vocazione classica
Un’opera come “Maternità”, del 1916, è quasi un unicum. Il tema è classico, la tecnica figurativa è chiaramente ispirata alla pittura toscana del Quattrocento, la composizione non ha nulla del dinamismo che, variamente declinato, aveva caratterizzato la pittura di Severini fino a quel momento. La tela anticipa quel clima diffuso in Europa di “ritorno all’ordine” che dal 1919-20 segnerà tutta l’arte europea. Severini è molto vicino all’esperienza del Picasso neoclassico. Va sottolineato che anche in questo caso, per Severini, si tratta di un consapevole tentativo di spingersi in avanti e lo dimostra l’impegno teorico, che trova la sua ragion d’essere nel saggio Du Cubisme au classicisme. Estetique du compas et du nombre, pubblicato a Parigi nel 1921, un testo dominato dalla matematica e in particolare da approfonditi studi sulla prospettiva, sulle tecniche compositive e sull’applicazione della sezione aurea.
Questo lavoro teorico è talmente minuzioso e scientifico da allontanare il sospetto di un ritorno alla “tradizione”; Severini, con opere come “Les joueurs de cartes”, del 1924 o “La famiglia del povero Pulcinella”, del 1923, si avvicina piuttosto alle poetiche del Realismo magico. La fissità inquietante di persone e oggetti produce un’atmosfera ben diversa da quella del classicismo che aveva preceduto l’esperienza delle avanguardie.
Negli anni Trenta, la vicinanza al gruppo “Les Italiens de Paris” sottolinea il ruolo fondativo del legame di Severini con la Francia. In questo periodo l’artista dipinge anche decorazioni sacre nel Canton Ticino e una serie di ritratti di famiglia, come lo splendido “Ritratto di Gina Severini (Mia Figlia)” del 1934, direttamente ispirati al mosaico bizantino.

Gli anni Quaranta e Cinquanta
Questa sezione, presente solo a Rovereto, mostra un periodo ancora troppo poco studiato, ma molto particolare della ricerca artistica di Severini. Sono gli anni della guerra e quelli immediatamente seguenti al conflitto mondiale fino all’anno della sua morte avvenuta a Parigi nel 1966, una fase che la critica, come ricorda Gabriella Belli nel suo saggio, “concorda a ritenere una sorta di lungo capitolo di sapienti esercizi sul passato, quasi una didattica del suo stesso lavoro, un ripensamento in chiave postmodernista delle scoperte e dei linguaggi dell’avanguardia”. E se da una parte bene si legge l’influenza che l’opera di Henri Matisse, e la sua pittura liquida e luminosa, ebbe sul lavoro di Severini, in un momento successivo si assiste a un forte e rinnovato interesse verso l’astrazione che lo porta ad azzerare ogni aspetto di riconoscibilità degli oggetti.
Nell’ultimo decennio, Severini compie una sorta di viaggio attraverso il passato del suo fare pittorico. Anche in questa sua ultima produzione, non torna però sui suoi passi ma cerca di assorbire e interpretare un cambiamento effettivamente in atto in quegli anni: in particolare, i suoi ultimi dipinti annunciano nuovi fermenti che si stanno sviluppando nell’arte europea.

Responsabile Comunicazione
Flavia Fossa Margutti

Ufficio Stampa:
Luca Melchionna
Clementina Rizzi
press@mart.trento.it
t. +39 0464 454127/124
facebook: http://www.facebook.com/martrovereto
twitter: @mart_museum

Il Mart ringrazia:
Provincia autonoma di Trento
Comune di Trento
Comune di Rovereto

In partnership con:
UniCredit

Partner tecnici:
Cartiere del Garda
Trentino Marketing

Per le attività didattiche:
Casse Rurali Trentine

Immagine: Gino Severini – Ritratto di madame S. – 1915 (1913), pastello su tela, cm 91 x 65, Mart, collezione L.F.

Conferenza stampa Venerdì 16 settembre 2011 ore 12.00

Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto
corso Bettini 43 . 38068 Rovereto (TN)
orari: mar-dom 10-18, ven 10-21
tariffe: Intero 11 Euro
Ridotto 7 Euro
Gratuito fino ai 14 anni

MIlano > Galleria Valeria Bella Stampe > Luca Pignatelli

COMUNICATO STAMPA

Valeria Bella Stampe dal 20 settembre al 10 ottobre prossimo, ospiterà una particolarissima personale di Luca Pignatelli (1962), artista milanese noto in Italia quanto all’estero. presente alla Biennale di Venezia nell’edizione 2009, l’artista stupirà il suo pubblico di collezionisti ed estimatori con questa mostra “mai vista” a Milano. Si tratta infatti di una trentina di opere grafiche di eccezionale formato realizzate con la maniera allo zucchero. Sono lavori che Pignatelli inizia nel 2002 e, ciò che è più entusiasmante, mai esposti in una galleria privata.

Al posto dei famosi “teloni” di copertura dei treni merci su cui Pignatelli è solito dipingere, in queste opere grafiche, tirate sino a un massimo in 12 esemplari, l’artista utilizza carte diverse, fogli parzialmente sovrapposti, talvolta antichi, stampati o manoscritti, oppure diversi per consistenza o colore. Le carte che così composte fanno da sfondo ai soggetti che popolano le stampe, producono ogni volta un risultato talmente diverso tanto da poter essere considerabili un “unicum”. I temi rimangono quelli dei suoi dipinti: treni con locomotive sbuffanti, aerei da guerra, paesaggi innevati, case che sembrano riemergere dal passato, santi, boschi, dirigibili sopra città industriali o resti archeologici, camion misteriosamente abbandonati, angeli con pesanti ali, luoghi disabitati. L’amore per il passato e per la storia è evidente e Pignatelli sembra volerci ricordare quanto l’uomo è piccolo di fronte a essa.

Inaugurazione 20 settembre ore 18

Valeria Bella Stampe
via S. Cecilia, 2 – Milano
Lun 15-19, mar-sab 10-19
Ingresso libero

Mantova > Suzzara > Museo della Galleria del Premio Suzzara > 2011 > Casamatta

COMUNICATO STAMPA

A cura Emma Zanella e Alessandro Castiglioni

Umberto Cavenago e Giancarlo Norese, Mme Duplok, Giovanni Morbin, Andrea Nacciarriti

La 47° edizione del Premio Suzzara è un avamposto, un laboratorio aperto che ridefinisce la struttura stessa dello storico premio suzzarese. Come la Casamatta, un edificio che appare come un’abitazione ma ha ben altra funzione, così con questa edizione il Premio diventa un dispositivo nuovo, agito nella città, negli spazi pubblici di Suzzara con l’intento di generare una nuova relazione tra premio, museo e territorio. Una relazione fatta di attenzione, arricchimento reciproco e che vede nell’esperienza dell’arte un momento di riflessione e azione sul presente.

Il progetto, curato da Emma Zanella e Alessandro Castiglioni, coinvolgerà diverse sedi della città e avrà come centro il museo che per l’occasione sarà trasformato in una sorta di laboratorio dove poter prendere parte ai processi messi in campo dagli artisti e osservare lo sviluppo delle diverse opere. “La premessa a questa edizione del Premio Suzzara è quella di riconsiderare e ridefinire l’identità del premio stesso e le sue le relazioni, sociali e culturali, con città e museo. Questo processo di rinnovamento affonda le proprie radici su un principio di continuità con la tradizione e gli obiettivi originari che hanno portato alla nascita del premio. Questi possono essere sintetizzati in una forte relazione con il territorio, il tessuto cittadino e sociale, l’impegno verso una cultura civica attenta e attiva”.

Umberto Cavenago e Giancarlo Norese, Mme Duplok, Giovanni Morbin e Andrea Nacciarriti, sono gli artisti invitati a cimentarsi con lavori relazionali studiati ad hoc per gli spazi del museo e del tessuto urbano e territoriale circostante. Sono stati scelti in relazione alla capacità di progettare dispositivi, sistemi relazionali che attivino un differente dialogo tra i luoghi della quotidianità suzzarese e la più profonda identità degli stessi. In questa prospettiva l’opera d’arte diventa uno strumento di riflessione e consapevolezza sul presente, non uno statico oggetto estetico, bensì un insieme di azioni, pratiche, discussioni costruite attorno all’ipotesi di una possibile interpretazione del reale. Per l’occasione anche la storica collezione della Galleria del Premio Suzzara verrà riallestita esponendo opere conservate mai o poco esposte e opere degli artisti invitati al Premio come approfondimento del loro lavoro e ulteriore relazione con la storia del Museo.

L’edizione, parte del progetto Distretti Culturali promosso e realizzato da Fondazione Cariplo, verrà inaugurata domenica 18 settembre e rimarrà visibile al pubblico sino al 23 ottobre 2011. Eventi collaterali animeranno e arricchiranno tutto il periodo espositivo.

Galleria del Premio Suzzara: inaugurazione 18 settembre ore 10.30

Stabilimenti IVECO: inaugurazione 18 settembre ore 16.00.

Museo della Galleria del Premio Suzzara
via Don Bosco, 2/a – Suzzara (MN)
Fino al 30 settembre: martedì, giovedì, venerdì 10 -12.30/15-18, sabato 16-19, domenica 10-12.30/16-19

Stabilimenti IVECO
Dal lunedì al venerdì 9-17
Aperture festive: domenica 18 settembre inaugurazione pomeridiana; domenica 25 settembre 10-12/15-18
Per visite guidate negli orari d apertura tel. 0376 535593 Dal 1 al 23 ottobre: martedì, giovedì, venerdì 10 -12.30/15-18, sabato 15-18, domenica 10-12.30/15-1

Biografie di artista > Pietro Roccasalva

PIETRO ROCCASALVA

Modica, Italia, 1970
Vive e lavora a Milano

Pietro Roccasalva è nato a Modica nel 1970. Diplomato in Pittura all’accademia di Belle arti di Brera, nel 2002 partecipa al Corso superiore di arte visiva della fondazione Antonio Ratti a Como con Giulio Paolini. “Per l’impegno e l’ambizione. Perchè è riuscito a sorprendere con la sua ambiguità e complessità visionaria. Per la volontà di riconoscere le radici culturali della tradizione italiana. Per la sua inventività e versatilità tecnica che è riuscita a riportare nel quadro ciò che era fuori”.
Questa la motivazione con cui la giuria del premio Furla gli ha conferito nel 2005 il prestigioso riconoscimento. Il campo di azione specifico del lavoro di Pietro Roccasalva è la pittura, anche e soprattutto nei suoi ambienti, installazioni, sculture, video e immagini digitali. I suoi lavori – “situazioni d’opera” come l’artista stesso li chiama – sono infatti strutture estremamente variabili che visualizzano l’intero processo che conduce all’elaborazione e alla realizzazione di un’immagine in pittura. Tra i più interessanti artisti italiani sulla scena internazionale ha esposto in numerose istituzioni e gallerie. Attualmente Pietro Roccasalva vive e lavora a Milano.

Milano, Galleria Massimo de Carlo, Massimo Bartolini

COMUNICATO STAMPA

Il 15 settembre 2011 Massimo De Carlo inaugura a Milano Basements una mostra personale di Massimo Bartolini. L’artista di Cecina ritorna in galleria con un nuovo progetto.

Come al solito, questa mostra parla di conciliazione degli opposti, e dei resti che questa operazione comporta, sperando che siano infine essi stessi produttori di senso.

Artista interessato alla reinterpretazione degli spazi e alla creazione di atmosfere intense e suggestive, Massimo Bartolini, nato a Cecina nel 1962, si pone come una delle figure più interessanti nel panorama artistico italiano e internazionale. Massimo De Carlo ospita la sua sesta mostra personale in galleria che, con un’installazione site specific, affronta i temi a lui cari della luce, evocatrice di percezioni cariche di significato e coinvolgenti, e della terra, l’essenza del mettere radici.

La prima installazione mette in connessione due sale della galleria, una all’inizio e l’altra alla fine del percorso espositivo, al terzo piano. La prima accoglie centinaia di luminarie, tipiche delle feste patronali nei paesi di campagna, disposte sul pavimento, che si accendono a intermittenza. Il loro accendersi, spegnersi e dissolversi è determinato dai suoni, dalle parole e dalle pause del video esposto nella seconda stanza. Con questa installazione, che riprende il progetto Etico_F, attualmente esposto a Palazzo Riso a Palermo, e sorprendenti lavori precedenti come l’installazione Anche oggi niente, al MAXXI nel 2008, l’artista lascia tutto alla percezione, e la luce, vera protagonista, immerge lo spettatore in un’atmosfera intensa e raccolta. Un quadrato di terra arato, in bronzo, di grandi dimensioni, costituisce la seconda installazione. L’elemento naturale gioca un ruolo preponderante nelle opere di Bartolini, in cui la terra è intesa come materia costitutiva dal cui grembo germoglia la vita. Nell’opera esposta l’artista trasforma la terra viva in bronzo, quasi a voler decontestualizzare questo elemento dal suo ambiente e inserirlo in uno nuovo, circoscritto, che enfatizza il suo valore di supporto originario dell’uomo. Collegata ai suoi precedenti lavori fotografici, che vedono protagonisti uomini con mani, piedi e testa sotterrati nel terreno, quest’opera ricorda l’essenza umana, che spesso diventa necessità, del mettere radici, del radicarsi in qualcosa di vero e concreto.

Nella sua intensa carriera Massimo Bartolini ha partecipato a numerose esposizioni italiane ed internazionali, tra cui International Triennale on Contemporary Art, Yokoama del 2011, La Biennale di Venezia, Esposizione Internazionale d’Arte del 2009 e del 1999 e la 6th Shangai Biennale del 2006. Tra le mostre personali troviamo Art Unlimited, Art Basel 42, Basilea, 2011; Massimo Bartolini: Cor alla South London Gallery, Londra, 2010; Dialoghi con la Città al MAXXI, Roma, 2008; Museu Serralves, Porto, 2007; GAM, Torino, 2005. Inoltre, tra le collettive: Sotto quale cielo? presso Palazzo Riso a Palermo, 2011; Terre Vulnerabili, Hangar Bicocca, Milano, 2010 ed Ecstasy: In and About Altered States, The Museum of Contemporary Art, Los Angeles, USA, 2005. Lo scorso giugno è stata inaugurata la personale Il Cuore in Mano presso il Centre of Contemporary Art Znaki Czasu di Turon in Polonia.

Inaugurazione: giovedi’ 15 settembre

Galleria Massimo De Carlo
Via Giovanni Ventura, 5 Milano
Orari: mart-sab 11:30 – 19:30
Ingresso libero

Roma, Braccio di Carlo Magno, Carlo Mattioli

COMUNICATO STAMPA

a cura di Giovanni Morello e Anna Zaniboni Mattioli

Comitato Scientifico: Maurizio Calvesi, Antonio Paolucci, Antonio Natali, Marcella Mattioli, Augusta Monferini, Gloria Bianchino, Micol Forti.

Roma e il Vaticano celebrano Carlo Mattioli nel centenario della nascita. Lo fanno con una ampia retrospettiva che sarà ospitata dal 16 settembre al 13 novembre nel Braccio di Carlo Magno.
Per Mattioli sarà un ritorno all’ombra di San Pietro visto che qui è stato tra i protagonisti, giusto 34 anni fa, della storica mostra “Gli artisti contemporanei a Paolo VI” che aveva dato vita alla sezione d’arte contemporanea dei Musei Vaticani.

L’esposizione, coordinata da Giovanni Morello e curata da Maurizio Calvesi, Antonio Paolucci, Antonio Natali, Gloria Bianchino, Augusta Monferini, Anna Zaniboni Mattioli, Marcella Mattioli e Micol Forti, celebra uno dei grandi del Novecento italiano, un artista che dimostrando sensibilità modernissima e attenzione alle nuove tendenze, ha, con assoluta coerenza, perseguito una poetica ed una tecnica che non hanno mai abbandonato i mezzi tradizionali della “pittura”.

Carlo Mattioli è nato a Modena l’8 maggio 1911. Nel 1925 si trasferisce con i genitori a Parma dove studia all’Istituto d’arte Toschi ove si diploma ed inizia ad insegnare.
Alla fine degli anni Trenta sempre a Parma, incontra un gruppo di giovani intellettuali tra i quali Mario Luzi, Oreste Macrì, Attilio Bertolucci, Ugo Guanda e in quell’ambito matura l’interesse per i capolavori della letteratura italiana ed europea che costituirà una chiave di lettura del suo intero percorso artistico.
Durante tutto l’arco della sua attività si rivelerà molto forte il rapporto di Mattioli con i letterati e soprattutto con i poeti, che diventeranno, per sua consapevole scelta, i veri interpreti delle sue opere.
La sua vastissima e profonda cultura figurativa (che spazia dal Romanico padano e, attraverso il manierismo, Rembrandt e Goya approda a Fautrier e all’Espressionismo tedesco) si arricchirà con l’incontro fondamentale sia sul piano artistico che umano con Roberto Longhi che proporrà alla sua attenzione e al suo studio nuove aree artistiche prima neglette dalla critica.
Coerentemente mai schierato in nessuna corrente o movimento artistico, convinto della propria libertà ed autonomia rispetto ad ideologie culturali e politiche e a scelte di convenienza di mercato, ha preferito vivere e lavorare a Parma senza per questo chiudersi alla “modernità”, anzi, rimanendo fortemente aperto alle principali questioni artistiche che hanno accompagnato il suo tempo, come la dialettica fra figurazione ed astrattismo e l’Informale.
Nel 1943, su sollecitazione di Ottone Rosai, tiene la sua prima personale alla Galleria del Fiore di Firenze con presentazione di Alessandro Parronchi, mentre esporrà continuativamente alle Biennali di Venezia dal ’48 al ‘56 anno questo in cui riceve dalla giuria presieduta da Roberto Longhi il premio per il Disegno.
La natura e la “storia dell’arte” (intesa però come storia della pittura in sé, creazione dell’immagine e del suo carattere metamorfotico, svincolata da ogni ideologia e relazione teorico-filosofica) rimarranno sempre al centro della sua meditazione e della sua attività artistica.
Dai primi anni Sessanta all’opera grafica si affianca sempre più quella pittorica. Nascono i nudi, i ritratti e le nature morte. L’artista procede per cicli che, pur avendo caratteri propri, tuttavia non sono mai chiusi ma confluenti, collegati gli uni agli altri, in un gioco di rimandi e rielaborazioni.
Negli anni Settanta una rinnovata attenzione al paesaggio lo porta a dipingere I notturni, i cieli e le spiagge; e ancora i campi di papaveri, i campi di lavanda, le ginestre e gli alberi.
Nel 1983 lo CSAC dell’Università di Parma riceve dall’artista un’imponente donazione: quaranta opere ad olio, duecentocinquanta tecniche miste e centocinquanta grafiche acquerellate. Sono tra le opere che Mattioli considerava il culmine espressivo della propria produzione e che intendeva lasciare alla all’Università perché fossero esposte e godute dalla comunità.
Carlo Mattioli si spegne a Parma il 12 luglio 1994.
Si sono occupati di Carlo Mattioli le maggiori personalità della critica d’arte del XX sec: Alessandro Parrocchi, Roberto Longhi, Marcello Venturoli, Marco Valsecchi, Enzo Carli, Valerio Zurlini, Gian Alberto Dall’Acqua, Luigi Carluccio, Giovanni Testori, Renzo Zorzi, Carlo Ludovico Ragghianti, Pier Carlo Santini, Arturo Carlo Quintavalle, Licisco Magagnato, Antonello Trombadori, Lorenzo Mondo, Vittorio Sgarbi, Roberto Tassi, Erich Steingreber, Severino Dianich, Crispino Valenziano, Giorgio Soavi.
Dalla metà degli anni Sessanta sono numerosissime le esposizioni personali ospitate nelle sedi più prestigiose in Italia e all’estero tra cui: Palazzo Strozzi, Firenze (1965), Pilotta di Parma (1970), Accademia di Carrara (1971), Showroom Olivetti, Venezia, (1979) Palazzo Reale di Milano (1984), Palazzo Te a Mantova e Palazzo dei Diamanti a Ferrara (1986), Musèe Rimbaud, Charleville Mézières (1986), Fondazione Magnani Rocca (1995), Museo della Cattedrale di Barcellona e Palazzo del Governatore Lussemburgo (1998), Galleria Nazionale di Parma (2004-2005). Sin qui i dati di una biografia fatta di riconoscimenti, successi e infinito lavoro.

Ma al di là delle parole e delle date a parlare del vero Mattioli sono le sue opere: tele, tavole, carte che raccontano la straordinaria quotidianità di un grande artista e di un fine intellettuale. Opere che, come cartine tornasole mutano tavolozza con il progredire delle stagioni della vita, trapassando ad un bianco e nero assoluti da cui solo il sorriso di una bimba, l’amata nipote, farà riemergere per un attimo i colori d’un tempo, ormai sopiti.
“Dove mi porti mia arte?/In che remoto/ deserto territorio / a un tratto mi sbalestri?”: l’interrogativo che Mario Luzi, amico di una vita, gli coniuga, ben rappresenta l’unicità di Mattioli uomo e Mattioli straordinario, intenso pittore. Di lui si è scritto come dell’anti-Morandi. Per i diversi stili di vita, per la forza dei colori, forse. Non certo per l’assoluto che l’arte è stata nella vita di entrambi.

Ente Organizzatore: Associazione Culturale Carlo Mattioli, Parma.

Coordinamento: Artifex S.r.l. – Comunicare con l’Arte in collaborazione con la Fondazione Giovanni Paolo II per la Gioventù.

Immagine: Carlo Mattioli: papaveri ai bordi della Versiliana, 1975

Informazioni e prenotazioni:Artifex S.r.l. – comunicare con l’arte, tel: 06 68193064 – e-mail: info@artifexarte.it

Ufficio Stampa:
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel. 049.663499 info@studioesseci.net

Vernice per la Stampa Giovedì 15 settembre ore 12

Braccio di Carlo Magno
Piazza San Pietro (Citta’ del Vaticano) Roma Lazio Italia
Orario: 10:00 – 18:00. Chiuso mercoledì
Ingresso libero

Milano, Camera16 Contemporary Art, Wendy Bevan

COMUNICATO STAMPA

a cura di Carlo Madesani

Non è facile descrivere il lavoro di Wendy Bevan (Inghilterra, 1983): artista, fotografa, musicista, performer, nata ad Harrogate, Inghilterra, nelle vicinanze di Leeds, attualmente a Londra, dove ha studiato fotografia.
Come fotografa è conosciuta specialmente per i suoi lavori nel mondo della moda, ha collaborato con molte importanti pubblicazioni fin dal termine dei suoi studi, iniziando da i-D e proseguendo con testate quali Russian Vogue, Italian Marie Claire, Harper’s Bazaar, Muse, Financial Times: How To Spend It, The Independent, The Observer, Self Service, Big, 10, Lula, Nylon, V Magazine, Qvest, POP Magazine, I-D, Grey e online Magazine TEST e molti altri.

All’interno della fotografia di moda, e come visione d’artista, Wendy Bevan è un curioso ed inaspettato unicum. Le sue opere, scatti contemporanei proiettati in un’altra epoca, ricche di arte pittorica, ci trascinano in un mondo di ambiguità e disagiate narrazioni, con personaggi malinconici o sognanti, donne, bambole di altri tempi, ed una luce rarefatta che avvolge i soggetti filtrando emozioni e sentimenti. Scorrendo il suo portfolio, si passa attraverso un labirinto di set cinematografici d’epoca in cui drammatiche rappresentazioni si svolgono in assoluto silenzio.

La sua poetica è influenzata da atmosfere romantiche, spesso collegate ad un immaginario in cui si mischiano burlesque, personaggi circensi, vecchi ritratti di famiglia, teatro e cabaret anni venti. Proprio il burlesque è un’altra arte in cui Wendy si è cimentata, con il suo gruppo The Correspondents, mentre oggi la sua carriera musicale prosegue con la band Temper Temper. Tra le sue influenze musicali cita spesso i Roxy Music, Antony and the Johnsons, Nick Cave, i Mercury Rev. Inoltre ha partecipato come regista alla sesta edizione del “Birds Eye View Festival”, appuntamento dedicato al cinema femminile, con il corto “Reaching the Moon”, in proiezione presso il Museo Pecci di Milano a settembre. Tra le influenze per questo suo lavoro: Andrei Tarkovsky, Jane Champion, David Lynch, Federico Fellini, Wim Wenders e Jean Luc Godard. I suoi stilisti preferiti sono Dries Van Noten e Balenciaga.

Inaugurazione: 13 -15 settembre ore 18.30

Camera16
via Pisacane 16 – Milano
orari: martedì – sabato / 15.00 – 19.00