23 febbraio 2012

Bolzano > Museion, museo d’arte moderna e contemporanea > Carl Andre

a cura di Roland Mönig e Letizia Ragaglia

“I miei lavori non spiegano il mondo, lo cambiano”
Carl Andre

Padre fondatore della Minimal Art, leggenda vivente, con le sue opere radicali Carl Andre ha rivoluzionato il concetto di scultura e influito fortemente sullo sviluppo dell’arte del XX secolo. A pochi mesi dal conferimento del prestigioso premio della Roswitha Haftmann Stiftung, il Museion di Bolzano dedica a questo importante artista americano la prima celebrazione museale in assoluto per l’Italia.

Più di venti sculture, opere di medie e piccole dimensioni dalla fine degli anni Cinquanta ad oggi provenienti da collezioni pubbliche e private verranno presentate al piano terra e al quarto piano di Museion. Tra le famose installazioni di grande formato anche Wirbelsäule (colonna vertebrale) opera realizzata nel 1984 a Basilea, raramente esposta, che verrà presentata nello spazio pubblico davanti al museo. Particolare attenzione verrà dedicata ai Poems, opere testuali poco conosciute, ma di importanza fondamentale per il pensiero e l’arte di Carl Andre. In mostra anche una selezione di libri d’artista, tra cui quello dedicato alla città natale di Andre, “Quincy”, 1973.

“Usare i materiali come tagli inferti allo spazio piuttosto che tagliare nello spazio i materiali” – la frase dell’artista riassume la svolta compiuta nel 1959, quando Andre smette di scolpire e rivoluziona così il concetto di scultura stessa. L’artista respinge l’idea di dover sgrossare e modellare, unire le singole componenti di un’opera incollando o saldando; le sue sculture sono forme semplici, ottenute dall’accostamento di unità geometriche elementari.

I materiali vengono utilizzati senza manipolazioni, hanno le dimensioni e qualità previste dall’industria o artigianato – acciaio, rame o alluminio, pietra arenaria calcarea, gasbeton o grafite. Un’immanente materialità caratterizza le sue opere, che non hanno alcun intento narrativo o allusivo, ma dichiarano semplicemente se stesse come oggetti, per un’arte come fatto fisico, che non pretende di essere altro. Il primo passo in tale direzione è rappresentato dal gruppo di opere “Pyramids” le cui componenti costruttive sono della stessa forma e grandezza: non la saldatura, ma la semplice giuntura a incastro delle travi garantisce la stabilità del tutto. La concezione di questi lavori è descritta efficacemente alla luce dell’opera Convex Pyramid del 2000 in mostra a Museion, ripetizione di una scultura eseguita per la prima volta nel 1959. Si tratta di un’opera verticale, quasi ad altezza d’uomo, costituita da elementi di legno squadrati, sovrapposti a croce gli uni sopra gli altri.

“Dalla scultura come forma alla scultura come struttura per approdare alla scultura come luogo”: è entrata ormai nei manuali di storia dell’arte la descrizione che l’artista ha fornito sull’evoluzione del proprio lavoro. Le sculture di Carl Andre non sono un oggetto da contemplare, ma un luogo in cui stare, muoversi e fare esperienza, in una relazione di contatto fisico. È un’arte che non colpisce e può passare inosservata, pur intrattendendo una relazione fondamentale con l’ambiente in cui si trova. Al pianoterra di Museion il visitatore si trova inevitabilmente a camminare sulle 225 lastre in acciaio di 15×15 Napoli Square, 2010 e a girare intorno alle tre piramidi in legno di noce africana Glärnisch, Urn e Star, 2001. Al quarto piano percorre i 23 metri di lunghezza delle 46 unità di Roaring Forties, Madrid, 1988 o si muove tra le curve di 7 Part Sort, London, 1972.
In quanto luogo, i lavori a pavimento mettono irrimediabilmente in crisi il concetto di un unico punto di vista proprio della modernitá: la loro fruizione muta la percezione dello spazio in cui si trovano ed in cui si trova l’osservatore.

“Una mostra di Carl Andre nel 2011 vuole essere innanzi tutto un tentativo per rispondere con la sua opera alla sua stessa domanda: ‘che cosa è successo all’oggetto d’arte?’, ma anche una proposta per indicare il suo percorso artistico come una possibile e significativa via nell’era della comunicazione virtuale e di massa, come affermazione di un’arte che vuole cambiare il mondo, propugnando una relazione reale con esso”- così Letizia Ragaglia, direttrice di Museion.
Negli ultimi due anni Museion ha dedicato alla scultura e alle sue diverse declinazioni contemporanee diversi momenti espositivi – si pensi alle personali di artisti come Monica Bonvicini, Gabriel Kuri e Isa Genzken. Con l’esposizione di Carl Andre questo aspetto del programma acquisisce una dimensione storica.

Carl Andre (Quincy, Massachusetts, 1935) vive e lavora a New York. Dal 1951 al 1953 studia alla Phillips Academy di Andover, Massachusetts; dal 1958 al 1960 condivide lo studio con Frank Stella – artista che, come Constantin Brâncuşi, influenzerà la sua opera. Nel 1965 prima esposizione pubblica presso la Galleria Tibor de Nagy a New York nella mostra “Shape and Structure”; nel ’69 partecipa a ‘Live in your head: when attitude becomes form’, leggendaria collettiva curata da Harald Szeemann alla Kunsthalle di Berna; nel 1970 la personale “Primary Structures” presso il Solomon R. Guggenheim Museum di New York. Numerose personali e collettive nei maggiori musei e gallerie in Europa e in America. Nel maggio 2011 Carl Andre è stato insignito del prestigioso premio della Roswitha Haftmann Stiftung di Zurigo per la sua “prestazione artistica innovativa”.

La mostra è una collaborazione tra il Museum Kurhaus Kleve e Museion, Bolzano.

Catalogo multilingue (italiano, tedesco e inglese) con testi di Roland Mönig, Letizia Ragaglia e Guido de Werd. Editore: Verlag der Buchhandlung Walther König, Köln / Cologne / Colonia, 2011
152 pp., ill. ISBN 978-3-934935-53-2

Ufficio stampa Museion
caterina.longo@museion.it
Caterina Longo t. +39 0471 223428

Inaugurazione: venerdì 16 settembre, ore 19

Museion, museo d’arte moderna e contemporanea, Bolzano
Via Dante 6 – 39100, Bolzano.
Orari: martedì – domenica ore 10-18, giovedì ore 10-22
intero 6, ridotto 3,50 (studenti, over 60; museumscard, tourist card, FAI). Ingresso libero giovedi 17-22

Trento > Rovereto > Mart > Gino Severini 1883-1966 > Gabriella Belli > Daniela Fonti

COMUNICATO STAMPA

Gino Severini 1883-1966
a cura di Gabriella Belli e Daniela Fonti

Il Mart, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, e il Musée d’Orsay di Parigi, presentano una grande mostra dedicata alla figura e all’opera del pittore Gino Severini (Cortona, 1883 – Parigi, 1966).
Il progetto espositivo, a cura di Gabriella Belli e Daniela Fonti, che ha avuto una significativa anticipazione tra aprile e luglio 2011 al Musée de l’Orangerie di Parigi con la rassegna intitolata “Gino Severini (1883 – 1966), futuriste et néoclassique”, approda ora al Mart di Rovereto, dal 17 settembre 2011 all’8 gennaio 2012, con la mostra Gino Severini 1883-1966.

Rispetto all’evento parigino, la mostra di Rovereto amplia notevolmente l’arco cronologico dell’itinerario artistico di Severini. In particolare, si potranno ammirare una serie di opere degli anni Quaranta e Cinquanta, che permettono di approfondire, per la prima volta dopo oltre vent’anni dall’ultima mostra monografica, il complesso intreccio rappresentato dalle diverse tappe della storia artistica di Severini. Una storia intensa e complessa che non si limita alla pittura, ma che è accompagnata da una riflessione teorica, altrettanto importante, come si può cogliere dalla ricca bibliografia a sua firma: “Tutta la vita di un pittore” (1946), “Témoignages. 50 ans de réflexion” (1963) e “Tempo de L’effort Moderne, La vita di un pittore”, libro scritto tra il 1943 e il 1965, ma pubblicato postumo nel 1968.

Inoltre, al Mart a Rovereto saranno visibili anche due importanti tele del 1915 non esposte a Parigi: “Lanciers italiens au galop (Lanciers à cheval)”, proveniente dalla Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli di Torino e “Train de la croix rouge traversant un village”, proveniente dal Guggenheim Museum di New York.

La mostra Gino Severini 1883-1966 propone quindi uno sguardo completo e approfondito sull’opera del grande artista italiano che dalla natìa Cortona, dopo una parentesi romana, decise di trasferirsi a Parigi per vivere da protagonista un’esistenza dedicata alla pittura.
In questo modo, il suo lavoro – dalle straordinarie opere pittoriche alle impegnative riflessioni teoriche – può essere collocato con maggiore consapevolezza al centro delle vicende storiche della cultura artistica europea: dal “prologo divisionista” nella Roma nei primi anni del novecento, fino alla lunga stagione parigina, durante la quale Severini prima affronta un’originalissima interpretazione del Futurismo, poi definisce coraggiosamente il passaggio “Du cubisme au classicisme”, così come recita il titolo del volume da lui pubblicato nel 1921 e infine, si fa protagonista nel secondo dopoguerra, di un percorso à rebours denso di suggestioni, ma anche di affascinanti proposte che anticipano i tempi.

LA MOSTRA

Il divisionismo
Nato a Cortona nel 1883, Severini entra giovanissimo nello studio di Giacomo Balla a Roma, con l’amico Umberto Boccioni. L’esordio in pubblico si compie nelle sale della società “Amatori e Cultori”, dove espone la grande opera intitolata “Al solco” (1903-04). Nel 1906 Severini si trasferisce a Parigi, e soggiorna periodicamente anche nel piccolo centro di Civray, nella campagna francese, luogo immortalato in un “paesaggio” dipinto nel 1908.
Gli studi romani sul divisionismo lo avvicinano al pointillisme di Seurat, e questa fase è testimoniata da un piccolo capolavoro, “Pritemps à Montmartre” (1909), nel quale l’artista rappresenta la bellezza dello spettacolo della città.
Il 1909 è, per Severini, l’anno del passaggio dal divisionismo al futurismo: pur continuando a risiedere a Parigi, la sua adesione al movimento di Marinetti è immediata ed entusiasta, e la sua firma si trova su entrambi i manifesti del 1910.

Il futurismo
Il quadro “Souvenirs de Voyage”, del 1911, esposto nel 1912 alla Galerie Bernheim Jeune, primo grande palcoscenico internazionale per il futurismo, riassume visivamente il nuovo corso dell’opera di Severini. In linea con le teorizzazioni del Manifesto tecnico della pittura futurista, il pittore si prefigge l’obiettivo di rendere una visione simultanea dei propri ricordi, e soprattutto di “portare lo spettatore al centro del quadro”. Sono elementi di grande novità, che fanno di Severini uno degli interpreti più profondi della maggiore avanguardia italiana del novecento.
Tuttavia, c’è un elemento di novità e di originalità nella posizione di Severini all’interno della compagine dei futuristi. Alla violenza esplosiva di derivazione soreliana e nietzschiana di Marinetti, Severini risponde con una più attenta riflessione, strettamente pittorica, che lo porta a sperimentare tutti i linguaggi del futurismo e una sorta di gioia di vivere che lo preserva dalle molte tragedie di quegli anni. Per Severini, il brulicare della vita moderna è soprattutto quello dei café chantant e delle ballerine. Questa predilezione si rispecchia in una accentuata scomposizione della figura, come evidenzia ad esempio il quadro “Danseuse parmi les tables” (1912.)

La scomposizione dei piani che Severini affronta nei suoi dipinti lo avvicina alle ricerche cubiste di quegli anni. Da questo punto di vista, l’artista ha un ruolo fondamentale e complesso nei confronti del gruppo dei futuristi: è, infatti, il primo a metterli in contatto con il cubismo, causando un’impressione enorme tra i compagni. Marinetti, Carrà, Boccioni e Russolo, fin dall’esordio alla Bernheim Jeune, adattano il proprio stile al clima di rinnovamento della Parigi di quegli anni.
Tra il 1913 e il 1914, nelle tele di Severini appaiono vedute urbane e treni in corsa; la sua pittura diventa più astratta e concentrata sui fenomeni luministici. Le “Expansion de la lumière”, di cui in mostra si vedranno due splendide opere, rivelano una dissoluzione quasi completa del soggetto. Nel Manifesto delle analogie plastiche, pubblicato nel 1913, questa ricerca è giustificata dal punto di vista teorico come il tentativo di tradurre sulla tela la compresenza di dati visivi percepiti e ricordati. Ne sono testimonianza opere come “Mare=Ballerina” (1913) o “Danzatrice + Mare + Vela = Mazzo di fiori (Danseurs)”, del 1914.
Il cubismo
Con lo scoppio della prima guerra mondiale, anche l’opera di Severini, come quella di tutti i protagonisti delle avanguardie, registra una svolta. Opere come “Treno blindato in azione” (1915), un prestito eccezionale del MoMA di New York, o la già ricordata “Lanciers italiens au galop”, mostrano una ricomposizione dell’immagine, preludio del ritorno alla figurazione.

Naturalmente non si tratta di un passo indietro: Severini, esentato dal servizio militare, nel 1916 è a Parigi, a contatto diretto con gli sviluppi del cubismo e dell’orfismo, e nella sua pittura riappare, grazie all’uso del collage, una sorta di ricostruzione figurativa in chiave cubista che assimila il suo lavoro a quello di Picasso, Braque e Gris. Ma il cubismo di Severini, con i suoi colori accesi, si colloca su un piano interpretativo decisamente originale rispetto a quello dei maestri europei.
“Femme a la plante verte”, del 1917, testimonia in modo esemplare questo singolare stagione. Si tratta di un quadro appartenuto a Henri Matisse, e per lungo tempo dato per disperso.

La vocazione classica
Un’opera come “Maternità”, del 1916, è quasi un unicum. Il tema è classico, la tecnica figurativa è chiaramente ispirata alla pittura toscana del Quattrocento, la composizione non ha nulla del dinamismo che, variamente declinato, aveva caratterizzato la pittura di Severini fino a quel momento. La tela anticipa quel clima diffuso in Europa di “ritorno all’ordine” che dal 1919-20 segnerà tutta l’arte europea. Severini è molto vicino all’esperienza del Picasso neoclassico. Va sottolineato che anche in questo caso, per Severini, si tratta di un consapevole tentativo di spingersi in avanti e lo dimostra l’impegno teorico, che trova la sua ragion d’essere nel saggio Du Cubisme au classicisme. Estetique du compas et du nombre, pubblicato a Parigi nel 1921, un testo dominato dalla matematica e in particolare da approfonditi studi sulla prospettiva, sulle tecniche compositive e sull’applicazione della sezione aurea.
Questo lavoro teorico è talmente minuzioso e scientifico da allontanare il sospetto di un ritorno alla “tradizione”; Severini, con opere come “Les joueurs de cartes”, del 1924 o “La famiglia del povero Pulcinella”, del 1923, si avvicina piuttosto alle poetiche del Realismo magico. La fissità inquietante di persone e oggetti produce un’atmosfera ben diversa da quella del classicismo che aveva preceduto l’esperienza delle avanguardie.
Negli anni Trenta, la vicinanza al gruppo “Les Italiens de Paris” sottolinea il ruolo fondativo del legame di Severini con la Francia. In questo periodo l’artista dipinge anche decorazioni sacre nel Canton Ticino e una serie di ritratti di famiglia, come lo splendido “Ritratto di Gina Severini (Mia Figlia)” del 1934, direttamente ispirati al mosaico bizantino.

Gli anni Quaranta e Cinquanta
Questa sezione, presente solo a Rovereto, mostra un periodo ancora troppo poco studiato, ma molto particolare della ricerca artistica di Severini. Sono gli anni della guerra e quelli immediatamente seguenti al conflitto mondiale fino all’anno della sua morte avvenuta a Parigi nel 1966, una fase che la critica, come ricorda Gabriella Belli nel suo saggio, “concorda a ritenere una sorta di lungo capitolo di sapienti esercizi sul passato, quasi una didattica del suo stesso lavoro, un ripensamento in chiave postmodernista delle scoperte e dei linguaggi dell’avanguardia”. E se da una parte bene si legge l’influenza che l’opera di Henri Matisse, e la sua pittura liquida e luminosa, ebbe sul lavoro di Severini, in un momento successivo si assiste a un forte e rinnovato interesse verso l’astrazione che lo porta ad azzerare ogni aspetto di riconoscibilità degli oggetti.
Nell’ultimo decennio, Severini compie una sorta di viaggio attraverso il passato del suo fare pittorico. Anche in questa sua ultima produzione, non torna però sui suoi passi ma cerca di assorbire e interpretare un cambiamento effettivamente in atto in quegli anni: in particolare, i suoi ultimi dipinti annunciano nuovi fermenti che si stanno sviluppando nell’arte europea.

Responsabile Comunicazione
Flavia Fossa Margutti

Ufficio Stampa:
Luca Melchionna
Clementina Rizzi
press@mart.trento.it
t. +39 0464 454127/124
facebook: http://www.facebook.com/martrovereto
twitter: @mart_museum

Il Mart ringrazia:
Provincia autonoma di Trento
Comune di Trento
Comune di Rovereto

In partnership con:
UniCredit

Partner tecnici:
Cartiere del Garda
Trentino Marketing

Per le attività didattiche:
Casse Rurali Trentine

Immagine: Gino Severini – Ritratto di madame S. – 1915 (1913), pastello su tela, cm 91 x 65, Mart, collezione L.F.

Conferenza stampa Venerdì 16 settembre 2011 ore 12.00

Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto
corso Bettini 43 . 38068 Rovereto (TN)
orari: mar-dom 10-18, ven 10-21
tariffe: Intero 11 Euro
Ridotto 7 Euro
Gratuito fino ai 14 anni

Milano > Palazzo REALE > Roberto Ciaccio

COMUNICATO STAMPA

A cura di:

Remo Bodei – Filosofia – UCLA (University of California Los Angeles);
Kurt W. Forster – Architettura – Yale University, New Haven;
Arturo Schwarz – Arti Visive – Tel Aviv Museum of Art

L’esposizione monografica di Roberto Ciaccio Inter/vallum segue due importanti eventi espositivi e costituisce il terzo momento di un percorso che mette a confronto l’opera di Ciaccio con l’architettura (Milano 2011 Palazzo Reale Sala delle Cariatidi), con la filosofia (Berlino 2006 Kulturforum Kupferstichkabinett Musei Statali) e con la musica (Roma 2008 Istituto Nazionale per la Grafica – Palazzo della Fontana di Trevi).

La mostra, promossa dal Comune di Milano Assessorato alla Cultura e co-prodotta da Palazzo Reale e Skira, si costituisce come opera/installazione site specific, in stretto rapporto all’identità architettonica del luogo.
Nel condividere i messaggi espressi dalla mostra Intesa Sanpaolo, da sempre attenta alla diffusione della cultura, sostiene il progetto in qualità di Main Sponsor.

Il carattere di temporalità sospesa della Sala delle Cariatidi e il ritmato scandirsi a “intervalli” delle Cariatidi rendono il luogo quanto mai appropriato alla poetica del tempo, della traccia e della “revenance” espressa dall’opera di Roberto Ciaccio.

Soglie, aperture, specchi della Sala interagiscono con le opere in un percorso architettonico illusionistico e musicale, intriso di tempo, di riflessi, di visioni e di suoni. Gli “intervalli” che spazialmente descrivono il luogo nei suoi ritmi essenziali sono riecheggiati dalle sequenze seriali delle grandi lastre metalliche che si sviluppano secondo fughe prospettiche.

Le grandi lastre di metalli diversi – ferro, rame, ottone, zinco – e le grandi opere su carta, così come la serie dei piccoli fogli di papier japon, aprono spazi illusori tridimensionali al proprio interno attraverso le molteplici stratificazioni dei piani e dei valori cromatici.

Dalla sottile modulazione delle velature dei colori dal timbro oscuro – dai viola ai blu, ai rossastri, ai bruni – scaturiscono figure come presenze fantasmatiche – Revenants – in un continuo apparire e dissolversi dell’immagine, in un suo divenire nella trasparenza stessa dell’opera.

Un forte magnetismo cromatico – che oltrepassa la grande stagione dell’astrazione lirica da Kandinsky, a Klein, a Rothko – impregna lo spazio atmosferico irradiandosi dalle cangianti e oscure textures delle opere. Pervasi sottilmente dalla luce e da un apparente monocromatismo, i lavori di Roberto Ciaccio ad una attenta percezione rivelano invece infiniti colori, affidando alla visione un’arte spirituale, solenne e misteriosa.

Tra le opere che costituiscono l’installazione – lastre di metalli diversi e opere su carta – i grandi Revenants della Suite Cariatidi, appositamente realizzati per l’esposizione, tracciano nella loro immaterialità un percorso magnetico della luce e del colore.

La serie dei rinvii, dei rispecchiamenti e dei riflessi risulta infinita, soprattutto nelle sequenze delle lastre metalliche dall’intensa e abbagliante luminosità.
Se il rigore delle serie, il loro ritmo, la scelta dei materiali freddi come i metalli e taluni procedimenti analitici sembrano aderire ad una accezione minimalista dell’opera, una dimensione più intensamente lirica ne pervade tuttavia la poetica.
I caratteri timbrici, cromatici delle opere e il ritmo delle loro variazioni sequenziali inducono un pensiero visivo intensamente musicale in cui la tensione intervallare e il riverbero del suono assumono particolare rilevanza.

“Nelle lastre l’armonia arriva, con i riflessi, a includere anche lo spettatore, a farlo diventare attore di una rappresentazione che lo impegna nel decifrare le minime variazioni, che lo fa precipitare in un altro tempo o in un altro luogo, in tempi e spazi qualitativi di meditazione e di scoperta …Inseriti nello spazio architettonico della mostra, i lavori di Roberto Ciaccio, nella loro studiata disposizione, creano inter-valli, cadenze, serialità con variazioni, differenze e ripetizioni. Organizzano lo spazio visto e quello vissuto, sostengono architravi percettive e costruzioni emotive. Costituiscono un unico grande quadro, come una composizione musicale fatta di scansioni melodiche e armoniche.” (Remo Bodei)

La singolarità e la specificità del lavoro di Roberto Ciaccio lo collocano nel solco delle più interessanti e innovative ricerche nel panorama artistico contemporaneo; in particolare è da segnalare il rapporto del suo lavoro con la filosofia: dal pensiero heideggeriano a quello fenomenologico di Merleau-Ponty, fino alle più recenti riflessioni di Gilles Deleuze e Jacques Derrida.

Le opere presenti in mostra – grandi lastre di metalli diversi e grandi opere su carta – costituiscono gli esiti più recenti di una ventennale collaborazione di Roberto Ciaccio con Giorgio Upiglio e dell’attuale collaborazione con Alberto Serighelli.

Il lavoro di Ciaccio ha ridefinito le modalità tradizionali degli strumenti e delle processualità della stampa originale, così come il concetto di matrice, di serialità e di riproducibilità tecnica. Le grandi lastre matrici, origine di monoprints e monotipi, divengono nel corso del processo operativo opere a se stanti dotate di una assoluta autonomia ed espressività.

In occasione della mostra Skira Editore pubblica un importante catalogo con i saggi dei tre curatori Remo Bodei, Kurt W. Forster e Arturo Schwarz e le illustrazioni, nelle loro diverse e complesse cromie, dei lavori esposti.

Le opere di Roberto Ciaccio figurano in importanti musei internazionali: Museum of Modern Art, New York; Tel Aviv Museum of Art. Museo Cantonale di Lugano; MART di Rovereto, Kupferstichkabinett di Berlino, Istituto Nazionale per la Grafica di Roma, Biblioteca Nazionale Braidense di Milano.

Alcune tra le principali esposizioni monografiche: Galleria Civica d’Arte Moderna Palazzo dei Diamanti, Ferrara 1991. Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Palazzo Forti, Verona 1995. Museo nazionale di San Matteo, Pisa 1997. Fondazione Mudima, Milano 2002. Hellenic American Union, Atene 2005. Kupferstichkabinett, Museo Statale di Berlino, Kulturforum 2006. Galerie Patrick Cramer, Ginevra 2008. Istituto Nazionale per la Grafica, Palazzo Fontana di Trevi, Roma 2008.

Le manifestazioni collaterali: concerti e incontri

Parte integrante della mostra, nella visione di Roberto Ciaccio di un’opera d’arte totale, che abbracci suoni, spazi, immagini nella simultaneità di un ricco dialogo tra le diverse arti, saranno due esecuzioni in concerto, nella stessa Sala delle Cariatidi, di partiture musicali novecentesche e contemporanee, alcune delle quali appositamente create per l’opera di Ciaccio. Antonio Ballista ne cura la programmazione insieme all’artista.

Durante il corso dell’esposizione è inoltre previsto un importante convegno cui parteciperanno studiosi di caratura internazionale, con riferimento alla filosofia, all’architettura, alla poesia e alle arti visive nei loro molteplici rapporti e interazioni.
Un altro incontro, che anticipa la mostra, avrà luogo il 16 settembre alle ore 15 nella sede degli Amici del Loggione del Teatro alla Scala e vedrà la presenza dell’artista con Antonio Ballista, Angelo Foletto e Paolo Bolpagni, coordinati da Francesca Colombo.

KARLHEINZ STOCKHAUSEN MANTRA

Il Comune di Milano in collaborazione con MiTo promuove un evento musicale straordinario in occasione dell’apertura della mostra di Roberto Ciaccio alla Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale il 20 settembre 2011. Si tratta del concerto Mantra di Karlheinz Stockhausen, nell’esecuzione originale per due pianoforti, radio a onde corte, modulatori ad anello, woodblocks e cembali antichi del duo pianistico Antonio Ballista e Bruno Canino, con Walter Prati e Massimiliano Mariani agli strumenti elettronici, che ripeteranno il mitico concerto già eseguito a Milano – con la regia dello stesso Stockhausen –oltre trentacinque anni fa.

Il concerto incontra in modo unico e irripetibile la poetica di Ciaccio che, nel carattere di una temporalità sospesa e in una condizione di pura contemplazione, sembra riverberare le sonorità stesse, vibranti, metalliche dei due pianoforti attraverso “le partiture del tempo” inscritte nelle grandi lastre di ferro e nell’energia delle vibrazioni cromatiche delle opere Revenants. La sala stessa delle Cariatidi, attraverso i suoi specchi e nella intensa e misteriosa suggestione dei suoi spazi, evoca abissi temporali di meditazione, di memoria, di latenza di energie.
Il concerto potrà essere ascoltato e vissuto dal pubblico in diretta, oltre che nella sala stessa delle Cariatidi, – attraverso diffusori acustici ed un grande schermo – nel cortile di Palazzo Reale, sino ad esaurimento dei posti disponibili.

Organizzazione e realizzazione della mostra:

Elena Tettamanti
tel. 02 43982493, cell. 335 380321, e.tettamanti@fastwebnet.it
Ufficio stampa
Lucia Crespi

Anteprima stampa: martedì 20 settembre 2011 ore 11.30

Inaugurazione: martedì 20 settembre 2011 ore 18.30

ore 22.00 esecuzione di Mantra di Karlheinz Stockhausen del duo pianistico Antonio Ballista e Bruno Canino con Walter Prati e Massimiliano Mariani

Palazzo Reale
piazza Duomo, 12 – Milano
Orari: 9.30-19.30 lunedì 14.30-19.30 Giovedì e Sabao 9.30-22.30

Roma, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, CARLO SCARPA E LA FORMA DELLE PAROLE

CARLO SCARPA E LA FORMA DELLE PAROLE

INAUGURAZIONE: giovedì 28 luglio APERTURA AL PUBBLICO: 29 luglio – 25 settembre 2011

www.fondazionemaxxi.it

Roma 28 luglio 2011. La prima mostra dedicata alla grafica di Carlo Scarpa (1906-1978), in particolare al suo disegno di caratteri e all’impaginazione delle parole nelle architetture e nelle opere a stampa del grande maestro.

Se oggi architetto e grafico sono figure professionali distinte, ciascuna specializzata nel proprio campo, Scarpa eredita dalle avanguardie del Novecento una forte attenzione al lettering e all’impaginazione grafica, che egli cura personalmente. La sua ricerca di caratteri originali, anche quando si basa su geometrie modulari, segni elementari, standardizzabili, non è mai finalizzata alla creazione di un alfabeto universale, quanto alla soluzione, per ogni occasione progettuale, di un problema compositivo specifico e irripetibile.

La mostra, esposta al Centro Archivi MAXXI Architettura, è curata da Ilaria Abbondandolo (CISA Andrea Palladio) con il coordinamento generale di Esmeralda Valente. E’ prodotta dal MAXXI Architettura e promossa dal Comitato Paritetico per la conoscenza e la promozione del patrimonio legato a Carlo Scarpa, dalla Regione Veneto, dal Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio di Vicenza e dall’Archivio di Stato di Treviso.

I lavori esposti coprono l’intera attività professionale di Scarpa e dimostrano come tutte le tipologie architettoniche con cui egli si confrontò lo impegnarono anche come progettista di scritture. Inoltre, Scarpa si cimentò con la composizione di prodotti “cartacei” – materiali di corredo per esposizioni, pubblicazioni e stampati di natura diversa – esordendo con il disegno della copertina di una rivista d’arte (1945) che oggi è presentata al pubblico per la prima volta. Fra le novità della mostra anche la riscoperta del monumento Rizzo, una delle prime prove scarpiane di “archiscrittura”, oggi rinvenuto grazie alla generosa disponibilità di uno degli artigiani di fiducia di Scarpa.

Le maggior parte delle opere provengono dalle collezioni del MAXXI Architettura, che comprendono l’archivio Carlo Scarpa, e da collezioni pubbliche e private del Veneto. In totale 63 opere originali, per lo più inediti; manifesti, bozzetti e prove tipografiche di materiali promozionali per eventi espositivi: prototipi in metallo e legno; la rivista d’arte e un famoso repertorio tedesco di alfabeti appartenuto all’architetto, su cui egli annotò le forme di scrittura preferite per poi sperimentarle nelle proprie “invenzioni”.

Le scritte tuttora esistenti sono illustrate anche da fotografie recenti e dalle loro restituzioni grafiche bidimensionali; quelle scomparse sono testimoniate da scatti fotografici d’epoca. La ricostruzione video di alcune sequenze di disegni permette di calarsi nei panni dell’architetto e di ripercorrerne i processi creativi come se tenessimo in mano la sua matita.

Le iniziali CS scelte come icona della mostra sono il frutto di una originale lettura e riscrittura degli alfabeti di Carlo Scarpa: un omaggio all’architetto che è stato disegnato, costruito in cemento e poi fotografato per l’occasione da Francesca Palladini e Lucia Pasqualin.

MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo, via Guido Reni 4 A, 00196 Roma

UFFICIO STAMPA MAXXI

+39 06 322.51.78 – press@fondazionemaxxi.it www.fondazionemaxxi.it

Roma, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, CAMPO BAEZA. EL ÁRBOL DE LA CREACIÓN L’albero della creazione

NATURE

Terza installazione del ciclo Nature

CAMPO BAEZA. EL ÁRBOL DE LA CREACIÓN L’albero della creazione

a cura di Manuel Blanco

INAUGURAZIONE: 8 settembre 2011, ore 19:00

APERTURA AL PUBBLICO: 9 settembre – 30 ottobre 2011

MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo

www.fondazionemaxxi.it

Roma, 8 settembre 2011 – Un grande albero le cui foglie sono disegni, uno stagno da cui emergono immagini di progetti, una grande installazione che ricrea il paesaggio mentale di Alberto Campo Baeza: CAMPO BAEZA. EL ÁRBOL DE LA CREACIÓN – L’albero della creazione, terza esposizione monografica di NATURE il ciclo articolato in quattro istallazioni monografiche con cui il MAXXI Architettura esplora altrettanti interpretazioni della ricerca architettonica contemporanea.

Coprodotta dal MAXXI Architettura e da AC/E (Accion Cultural Española) con il contributo di TOTO GALLERY MA di Tokio, la mostra curata e allestita da Manuel Blanco è dedicata all’opera di uno dei più grandi maestri dell’architettura spagnola.

Alberto Campo Baeza crede nell’Architettura come idea costruita, crede che le sue componenti principali siano la gravità che costruisce lo spazio e la luce che costruisce il tempo. E’ uno degli architetti spagnoli più puri e radicali, capace di costruire gli spazi delle sue opere con la sola luce naturale, capace nello stesso tempo di mutarli costantemente. Il suo modo di costruire pone l’uomo al centro della Natura offrendogli contemporaneamente un rifugio, un belvedere e un punto di vista sul paesaggio circostante. Sono architetture di grande intensità e di pura essenza, in cui nulla è superfluo e nulla manca e nelle quali il tempo si dilata.

La terza installazione di Nature – secondo Margherita Guccione, Direttore MAXXI Architettura – propone una variazione sul tema, lasciando al curatore la messa in scena dell’opera di Alberto Campo Baeza. La metafora dell’albero e le parole dell’autore restituiscono l’armonia tra paesaggio naturale e costruzione architettonica, dove i progetti dell’architetto spagnolo riescono a smaterializzarsi, fluttuare, vincere la gravità ed entrare in contatto con i ritmi propri della natura. “

Alberto Campo Baeza è uno degli architetti spagnoli più puri e radicali. – afferma Manuel Blanco, curatore della mostra - La luce naturale è il materiale con il quale costruisce gli spazi delle sue opere. Le sue opere sono idee costruite. Crea immagini archetipiche potenti, icone dell’architettura contemporanea. In questa mostra ho desiderato analizzare il suo processo creativo, svelando la dimensione intima dell’architetto e il suo linguaggio, ciò che fa sì che Campo Baeza, costruendo “più con meno”, sia uno dei grandi maestri dell’architettura contemporanea.

La mostra che abbraccia 20 anni di produzione (dalla Casa Turégano del 1988 ai progetti del 2011) è articolata intorno al grande albero centrale, analizza il processo creativo del grande architetto, svelandone la dimensione più intima e il suo linguaggio. Come tutti i progetti scelti per NATURE anche il progetto di Alberto Campo Baeza riflette con uno spirito di narrazione poetica sulla naturale tendenza dell’uomo a pensare ad una natura “ricreata”.

Roma, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, EXHIBITING THE COLLECTION 1950-2010

EXHIBITING THE COLLECTION 1950-2010

Progetti dalle collezioni del MAXXI Architettura

Carlo Aymonino/ Costantino Dardi/ Giancarlo De Carlo/ Vittorio De Feo/ Michele De Lucchi/Yona Friedman/ Toyo Ito/Rem Koolhaas/ Sergio Musmeci e Zenaide Zanini/ Jean Nouvel/ Lucio Passarelli/ Ludovico Quaroni/ Aldo Rossi/ Maurizio Sacripanti/ Paolo Soleri/ Tommaso e Gilberto Valle/ Michele Valori

INAUGURAZIONE: 8 settembre 2011

APERTURA AL PUBBLICO: 9 settembre 2011 – 13 novembre 2011

MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo

www.fondazionemaxxi.it

Roma 8 settembre 2011.

Il modello di 4 metri e mezzo del Ponte di Messina progettato da Sergio Musmeci e Ludovico Quaroni, gli edifici di Giancarlo De Carlo per la ricostruzione di Beirut, il parco per la talassoterapia ad Alicante disegnato da Toyo Ito, le scenografie di Costantino Dardi per il film di Peter Greenaway Il ventre dell’architetto, la ricostruzione della Fenice di Venezia di Aldo Rossi, i ponti di Paolo Soleri e le Cartoline Postali di Yona Friedman: la collezione del MAXXI Architettura è per la prima volta protagonista di una mostra.

Con questa mostra - spiega Margherita Guccione, Direttore MAXXI Architettura – inizia la serie degli allestimenti annuali della collezione permanente di architettura, che intende presentare al pubblico, a rotazione, il patrimonio di disegni, progetti, schizzi, modelli e documenti conservati dal Museo. Questa prima selezione di autori e opere e’ significativa del raggio di azione del MAXXI Architettura che da una parte e’ rivolto alle vicende italiane del Novecento, dall’altra alla ricerca architettonica più attuale e internazionale”.

Con EXHIBITING THE COLLECTION 1950-2010. Progetti dalle collezioni del MAXXI Architettura,a cura di Maristella Casciato, Laura Felci e Esmeralda Valente, il pubblico del museo potrà scoprire le nuove acquisizioni e approfondire con video ed interviste la conoscenza dei protagonisti e dei progetti che hanno segnato la storia dell’architettura italiana dal Novecento ad oggi.

La mostra espone una prima selezione di oltre 70 tra disegni e modelli di 19 autori, la maggior parte dei quali mai esposte prima, provenienti dalla collezione del museo di Architettura, che a partire dal 2001 ha raccolto oltre 50.000 elaborati progettuali, 25.000 fotografie, diapositive, lastre fotografiche, numerosi modelli, corrispondenza e documenti, sculture, tempere, volumi e periodici, video e registrazioni audio. Si tratta di materiali ricchissimi, di grande valore artistico e documentale, arrivati al museo per strade diverse: acquisiti grazie al sostegno pubblico e degli amici del museo, donati dai progettisti o dai loro eredi, depositati in comodato, prodotti esplicitamente per il MAXXI in occasione di esposizioni o altri eventi.

“Atto essenziale nella vita di un museo, la costituzione di una collezione indica il modo nel quale l’istituzione manifesta la doppia intenzione della cura verso documenti storici e opere d’arte e del lavoro necessario a renderli accessibili a un uso pubblico o privato. – afferma Maristella Casciato, curatrice della mostra – Questo atto, che si traduce nella costituzione di un archivio in perenne crescita, rappresenta una delle finalità essenziali del MAXXI Architettura”.

La mostra comprende anche un focus sul Concorso internazionale di progettazione bandito da Ministero per i Beni e le Attività culturali per la realizzazione del MAXXI, iniziato con la presentazione del progetto vincitore di ZAha Hadid Architects (in occasione dell’inaugurazione del Museo) che vede oggi la presenza in questa rassegna di tre dei quindici progetti selezionati per la seconda fase del concorso. In particolare si tratta della proposte di Michele De Lucchi, che presentava una piccola città illuminata da luce naturale, di Rem Koolhaas che divideva l’area in due zone separate da un muro, una pubblica e una privata e di Jean Nouvel che conservava l’edificio perpendicolare a via Guido Reni creando un museo-terrazza con atelier, piccole case, ristoranti e bar. Gli altri progetti saranno visibili nel prossimi allestimenti.